Gesù, capro espiatorio di Dio

Gesù, capro espiatorio di Dio


Un Dio crudele?

Gesù, capro espiatorio di Diodi José Maria Castillo
Gli scritti del Nuovo Testamento insistono nel sostenere che nella morte di Gesù «apparvero la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini» e anche che «È apparsa infatti la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini».
Per le comunità primitive, «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito» . Da questo punto di vista, la vita, la Passione, la morte e la risurrezione di Gesù il Cristo sono la manifestazione dell’amore di Dio che ci viene incontro per redimerci o per liberare l’umanità. Lo professa il Concilio di Trento, affermando che l’autore della nostra redenzione è «Dio misericordioso»­.Risultati immagini per dio misericordiosoE tuttavia, pur essendo questo concetto espresso così chiaramente nei primi scritti del cristianesimo, è necessario riconoscere che questo modo ragionevole e persino attraente di intendere Dio non è giunto negli stessi termini fino a noi.
La teologia successiva si preoccupò infatti di deformare le cose. E lo fece subito.
Primo, perché i concetti di “sacrificio” ed “espiazione” si prestavano a essere interpretati nel modo più “tradizionale”,­ nel senso peggiore di queste parole, cioè come vennero intesi i sacrifici e le espiazioni nelle religioni antiche, senza tenere conto della radicale trasformazione del concetto stesso di “sacrificio” che il Nuovo Testamento introduce.
Ma soprattutto perché, con il passare del tempo, nella teologia cristiana prese forza l’idea secondo la quale la morte di Gesù fu la «soddisfazione»­ che Dio esigeva e di cui aveva bisogno per poter perdonare i peccati dell’umanità. In questo modo, alla teologia del sacrificio e dell’espiazion­e si venne a sommare la teoria della soddisfazione­. Per cui la violenza del peccato si accanì tanto contro l’immagine di Dio che, a pensarci, risulta quasi incomprensibile­ che la gente non veda in un simile Dio un essere assolutamente intollerabile.
L’idea della morte di Cristo come «soddisfazione»­ per i nostri peccati non è contenuta nel Nuovo Testamento. Compare, per la prima volta, in Tertulliano (sec. III) e poi in Ambrogio di Milano (sec. IV).
Risultati immagini per Anselmo di CanterburyMa fu Anselmo di Canterbury (sec. XI) a elaborare questa teoria così come è giunta fino a noi e come la si suole predicare al popolo cristiano.
Anselmo volle dimostrare che l’incarnazione di Dio in Cristo fu assolutamente necessaria. Per questo scrisse il suo libro «Cur Deus homo» (titolo che, tradotto alla lettera, significa: «Perché Dio si è fatto uomo»).
Il suo argomento parte dalla teoria del diritto romano riguardo la «soddisfazione»­.
Secondo questa teoria chi commette un’offesa deve rendere la dovuta soddisfazione all’offeso. Ma la gravità dell’offesa si misura in base alla dignità dell’offeso.
Ebbene, nel caso del peccato, poiché l’offeso è Dio (che ha dignità infinita), l’offesa è di una gravità infinita. E, pertanto, la soddisfazione richiesta, in questo caso, deve essere ugualmente infinita. Cosa che, come è logico, solo chi sia al tempo stesso Dio e uomo può offrire. Deve essere uomo per dare una soddisfazione umana. E deve essere Dio per offrire una soddisfazione di valore infinito.
Da qui, la necessità assoluta dell’incarnazio­ne di Dio.
Naturalmente la prima difficoltà che viene in mente a chiunque, in relazione a questa argomentazione,­ è che con essa si pretende di interpretare Dio e il disegno divino secondo una mentalità puramente giuridica. Di modo che i rapporti dell’uomo con suo Padre-Dio (rapporti di amore e di misericordia) sono regolati esclusivamente secondo l’ordine giuridico e legalista che codifica le relazioni più materiali (forse puramente “mondane”) di una società umana. Ciò appare subito come un’autentica assurdità.

Ma la questione non finisce qui. Anselmo di Canterbury, seguendo la logica del suo ragionamento, presenta Dio offeso in modo tale che «la collera divina altro non è che la sua volontà di castigare». Si tratta, dunque, di un Dio collerico e punitore.
E l’aspetto più grave è che fa ricadere il castigo sul suo stesso Figlio. Una punizione crudele, che consiste niente meno che nell’ordine che il Padre impone al Figlio di accettare la morte.
Si può addirittura affermare che il Padre spinse il Figlio a morire, lo trascinò a morire.
Lo stesso Anselmo si rende conto della barbarie che ciò rappresenta. Ecco perché afferma, senza esitazione, che «desta meraviglia che Dio goda e abbia bisogno del sangue di un innocente e che non voglia o non possa perdonare al colpevole senza la morte di un innocente».
Ma è lo stesso Anselmo a trovare la risposta. Tutto si risolve dal momento che, a giudizio di questo autore, comprendiamo in che cosa consiste il peccato. Peccare è «togliere a Dio l’onore che gli è dovuto». E chi lo fa non trova il suo scioglimento nemmeno nella misericordia divina, perché è estremamente sconveniente (valde inconveniens videtur), per una ragione che provoca in chiunque una sensazione di terrore, ma che Anselmo vede invece come la cosa più ragionevole: «Nessuno ha il diritto di vendicarsi se non colui che è il Signore di tutti».
L’argomentazion­e è tanto chiara quanto patetica. Dio è una sorta di signore feudale. Un signore che non sembra un Padre. Non segue gli impulsi della bontà e della misericordia. Un signore a cui interessa soltanto il proprio onore. E a chi osa privarlo di questo onore non resta altra via d’uscita che la morte.
Gesù, capro espiatorio di DioFu così che a morire quale “capro espiatorio” perché potessimo sfuggire al peccato e ai suoi castighi infernali fu il Figlio di Dio. Cioè Dio decise la morte di suo Figlio per salvaguardare e assicurare così il suo onore. Per cui la nostra salvezza fu in realtà un regolamento di conti” tra Dio e Dio, perché restasse intatto l’onore e la dignità dello stesso Dio.
Questa è l’esemplarità che noi mortali possiamo trovare in Dio, nel Dio giustiziere, crudele e vendicativo che ci presenta la teologia della “soddisfazione vicaria”, in virtù della quale Gesù ci salvò dai nostri peccati.
Senza alcun dubbio, Anselmo non si rese conto del danno che causava all’immagine santa e buona del Dio Padre di nostro Signore Gesù, come lo stesso Gesù ce lo rivela nel Vangelo.
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fonte: http://gruppodelguado.blogspot.com/2013/05/un-dio-crudele.html
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